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Parlare con i Millennials: un’urgenza, visto che sono questi, i nati dal 1980 in poi, i nuovi consumatori che si stanno affacciando al mercato con uno sguardo assolutamente peculiare in termini di priorità, aspirazioni ed opinioni sull’equilibrio tra esigenze personali e sociali.

Che i Millennials siano un tema cruciale è evidente da diversi fatti, di cui ne riporto due a mio parere significativi: un’infografica che Goldman Sachs pubblica sul sito e sottolineo che si tratta del soggetto che si definisce a leading global investment banking, securities and investment management firm e che ha scelto una forma di presentazione non troppo convenzionale. E poi le ricerche effettuate attraverso Google dal 2013 ad oggi, negli Stati Uniti

ed in Italia

I grafici mostrano che le ricerche legate al termine ‘Millennials’ sono in netta crescita nell’ultimo anno, sia negli USA che in Italia; come termine di confronto possiamo vedere i dati relativi alla ricerca di ‘baby boomers’ e ‘generazione X’, su cui si legge il declino di interesse.

(Apro una parentesi per felicitarmi con chi ha dato un nome ai nati dopo il 1980 non chiamandoli ‘generazione Y’: poiché appartengo alla generazione X mi sento piuttosto frustrata da questa definizione incolore e di difficile decifrazione.)

 

La principale caratteristica dei Millennials è quella di non avere mai vissuto il tempo prima di Internet: forse anche noi più grandi stentiamo a ricordarci ‘come si faceva prima’ ma chi non ha vissuto quei tempi vive in una dimensione diversa.

Il tema del dialogo intergenerazionale non è nuovo e dal campo puramente sociologico e dell’educazione è facilmente transitato a quello del marketing, perché il dialogo serve a vendere: i social network, che sono luogo delle conversazioni e delle relazioni, sono anch’essi spazi di business.

Tuttavia, la Rete ha probabilmente portato nelle conversazioni delle mutazioni estese, perché Internet permea tutto, e le ha portate molto rapidamente: diventa quindi più difficile decifrare i paradigmi di comunicazione di chi è nato con la Rete.

Ne abbiamo avuto una recentissima prova con il fallimento di Tay, la chat-bot di Microsoft. Poche ore dopo il lancio, l’intelligenza artificiale di Tay, programmata per imparare dalle conversazioni, è diventata un adolescente sboccato dalle chiare inclinazioni naziste, confermando la legge di Godwin secondo la quale in qualsiasi lunga discussione prima o poi qualcuno taccerà qualcun altro di avere la stessa concezione di democrazia di Hitler.

Di più: la conversazione di Tay, oltre agli argomenti scorretti, era anche improntata ad un tono di estrema naturalezza e noncuranza, che sembra abbia appreso, prima che fosse testata sul mercato, dai suoi istruttori, tra cui vi erano degli attori specializzati in improvvisazione.

L’intelligenza artificiale, quella di Tay e non solo, non riesce, ad oggi, a padroneggiare le situazioni limite ed i paradossi: non riconoscendoli automaticamente, incorre in comportamenti scorretti. Inoltre, l’intelligenza artificiale non dispone (ancora) di una capacità di ragionamento per analogia, che serve invece all’essere umano per affrontare le situazioni ignote applicando pattern di comportamento appresi e non già l’imitazione acritica.

 

La difficoltà di fare evitare i comportamenti non corretti ad un robot sembra dovuta in sintesi alla complessità del contesto nel quale si trova il robot, che è in definitiva lo stesso contesto nel quale sono immersi i nuovi cittadini ed i nuovi consumatori della generazione ‘Millennials’ e che ancora noi, più vecchi, non riusciamo a padroneggiare: per farlo, servono sia un superamento generazionale sia una evoluzione tecnologica, che probabilmente faranno o stanno già facendo i Millennials stessi.

Di questo si deve essere accorta anche la Apple, che ha deciso di aprire Siri agli sviluppatori, sperando di migliorare il suo bot con il crowdsourcing.

Tutti quelli che, come me, si sono sentiti rispondere ‘bella domanda; posso fare qualcos’altro per te?’ o ‘farei meglio a non esprimermi’ ringraziano.

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