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Verso casa, dopo tre giorni al Salone, la densità dell’esperienza mi porta a scriverne.

Della città, che ho trovato bene organizzata, con trasporti efficienti fino a notte, e sicura.

Mi ha colpito il numero di giovanissimi in tram e autobus la sera tardi per raggiungere i luoghi del divertimento: non solo under 18, che si potrebbero considerare costretti, ma anche più grandi, che non prendono l’auto per scelta. Succede altrove in Italia?

Dei torinesi, che ho trovato gentili, disponibili a dare informazioni ed anche a chiederne, come se si fosse in una piccola comunità dove tutti si conoscono e non si ha timore a rivolgere la parola ad estranei.

Mentre mangiavo al mercato internazionale di Terra Madre, in molti si fermavano a chiedere informazioni sul cibo, commentavano le cose che stavo assaggiando e davano suggerimenti. E devo dire con notevole schiettezza: ‘quella cosa non la mangerei mai, mi fa impressione’, di gran lunga preferibile per me alla viscida condiscendenza. Almeno così ci si può confrontare.

Dei volontari Slow Food, che hanno costruito i ponti tra noi e le persone di ogni parte del mondo, con le quali l’inglese non era sufficiente.

Dei volontari Legambiente che in ogni postazione della differenziata davano istruzioni per farla correttamente, l’unico modo credo per impararlo.

Di una delegata che mi ha venduto a gesti la ‘pasta africana’ e mi ha sorriso moltissimo quando l’ho ringraziata con un ‘merci’ del mio nullo francese.

Della Terra Madre Parade, la marcia dei delegati Slow Food di tutto il mondo, conclusa con il discorso di Petrini, la musica e il canto collettivo di Cielito Lindo, che alcune persone vicino al mio gruppo, di non so quale parte d’Oriente, volevano tradurre nella loro lingua ad ideogrammi. Come abbiamo fatto? Con lo smartphone e una applicazione per le traduzioni. Altri messicani accanto a me la traducevano in inglese per alcune delegate giapponesi.

Penso che molti siano venuti al Salone solo per mangiare, per seguire la moda del #food.

Ma non sono ritornati a casa uguali a come erano prima, perché anche il solo vedere tante persone di tutto il mondo insieme per uno scopo lascia delle tracce anche nei più disattenti e il semplice incontro con tante persone diverse, che non capita di incontrare facilmente, vince gli stereotipi.