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Leggo stamani di un robot umanoide che sarebbe capace di interpretare le emozioni umane e comunicare attraverso il linguaggio non verbale con gli essere umani.

Insomma un robot che ammicca, spalanca gli occhi, incrocia le braccia, digrigna i denti, fa un sorriso forzato. E impara tutte queste espressioni dagli esseri umani.

Un’intelligenza artificiale emotiva.

L’ha prodotto un laboratorio dell’Università di Pisa che lo presenterà il prossimo settembre e addirittura lo ospiterà sul palco di un concerto di musica classica.

Il primo fatto che mi colpisce è come le frontiere della scienza si spostino sempre più in là, e questo è insieme emozionante e stimolante: non sono capace di comprenderne le implicazioni scientifiche, ma mi intrigano quelle di pensiero.

Di fronte a questo androide, la PNL – programmazione neurolinguistica – è già una disciplina vetusta, eppure non è ancora pienamente entrata a pieno titolo nell’analisi delle dinamiche interpersonali che intercorrono, ad esempio, durante i colloqui di lavoro o sul posto di lavoro stesso, o nella risoluzione dei conflitti. (Questo forse anche a caso di alcune banalizzazioni che certo non hanno giovato alla diffusione della PNL).

L’altro arnese un po’ datato è la chiave interpretativa legata all’intelligenza emotiva, che solo negli anni ’90 ha cominciato ad affiancarsi agli altri parametri di intelligenza e di misura delle capacità personali e, in qualche misura, del successo, e che oggi, se è vero quanto è capace di fare l’androide dell’Università di Pisa, non è più appannaggio specifico soltanto dell’essere umano.

Se il robot umanoide sa comunicare attraverso il linguaggio non verbale, si può dire che è dotato di intelligenza emotiva e che non è più un vero robot?  E delle emozioni, prenderà anche quelle negative, avrà pregi e difetti degli umani?

Se non è già così, la strada da fare è molto poca.

Il secondo motivo per cui mi colpisce l’androide umano è il suo nome, FACE.

È un acronimo di una sigla inglese e quindi è senz’altro in inglese che va letto: la ‘faccia’ umanoide che imita e impara da noi bipedi, il nostro riflesso.

Ma a me è venuto prima in mente il latino o l’italiano un po’ in disuso, dove la ‘face’ è la fiaccola, la luce che illumina le tenebre. E di lì la ‘Fackel’ di Karl Kraus, che all’inizio del secolo scorso lanciava invettive contro l’imbarbarimento sociale, politico e linguistico della Vienna di allora, negli ultimi giorni dell’umanità.

Spero che FACE, il robot umanoide, non si limiti a farci soltanto da specchio ma, una volta appresi i nostri pregi e virtù, sia per noi una luce e ci dia indicazioni per seguire la strada giusta.